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Questa sezione è dedicata al Pianeta

Una scelta per la Pace

Written by enzo nicolis On Domenica, 15 Novembre 2020

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COMUNICATO DI PAX CHRISTI (*)

In questo tempo di emergenza Coronavirus tra le fabbriche rimaste aperte perché essenziali ci sono anche le fabbriche di armi.

Il mondo “malato” spende 2mila miliardi in armamenti. (“Avvenire” 28 aprile 2020).

Il nostro Paese è il 9° esportatore al mondo di armi ed è tra i primi 15 acquirenti.

Troppi sono i soldi per impiegati per le armi in nome della nostra cosiddetta “sicurezza”.

Siccome i soldi per le fabbriche e per il commercio di armi passano attraverso le banche, ma non tutte le banche in questo sono uguali, dobbiamo porci la domanda: i nostri guadagni, le nostre pensioni, i nostri stipendi in che banca vengono depositati?

Papa Francesco non si stanca di esortarci: “Cristo nostra pace illumini quanti hanno responsabilità nei conflitti, perché abbiano il coraggio di aderire all’appello per un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo. Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite” (Pasqua 2020).

E’ ora di fare una scelta: decidere di depositare i nostri soldi in una banca che non investa in armi.

E’ importante non essere indifferenti di fronte a una questione così grave e importante.

Scriviamo una lettera al direttore della filiale della nostra banca, chiediamo di non finanziare la produzione e la commercializzazione di armamenti.

Proponiamo una scelta concreta di cambiamento. Una scelta coerente con l'annuncio di pace del Natale.

Pax Christi Verona

Lo stato italiano, attraverso il Ministero dell’Economa delle Finanze, in ottemperanza alla legge 185/90, ogni anno pubblica la tabella delle banche che investono nel commercio delle armi. Vedi: www.banchearmate.org

 

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(*) Albicokka publlica questo comunicato nello spirito pluralista che la anima

Chimere

Written by angelo jasmeno On Domenica, 18 Ottobre 2020

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Il 25 febbraio del 2017 la prestigiosa rivista Nature riportava un articolo di David Cyranoski, suo corrispondente per l’Asia-Pacifico. Questo l’incipit tradotto:

A Wuhan, in Cina, sta per essere inaugurato un laboratorio in grado di gestire gli agenti patogeni più pericolosi del mondo. La mossa è parte di un piano per costruire tra i cinque e i sette laboratori di biosicurezza di livello 4 (BSL-4) in tutto il continente cinese entro il 2025, e ha generato molta eccitazione, ma anche perplessità.

Fuori della Cina, alcuni scienziati si preoccupano infatti che gli agenti patogeni possano fuoriuscire dall'impianto, aggiungendo una dimensione biologica alle tensioni geopolitiche tra la Cina e altre nazioni...

Per la precisione oggi, nel sito della prestigiosa rivista internazionale, a questo proposito è stata introdotta una puntualizzazione, che traduco: Molti hanno promosso una teoria non verificata secondo cui il laboratorio di Wuhan, discusso in questo articolo, ha avuto un ruolo nell'epidemia di coronavirus iniziata a dicembre 2019. La rivista Nature non conosce prove che ciò sia vero; gli scienziati ritengono che la fonte più probabile del coronavirus sia il mercato degli animali.

Dunque solo una maledetta coincidenza.

In questi giorni è stato assegnato il Nobel per la chimica alle due scienziate Emmanuel Charpentier e Jennifer A. Doudna per avere sviluppato il sistema di editing del genoma Crispr/Cas9, che permette di modificare parti di materiale genetico con grande precisione (e costi contenuti). Si tratta delle cosiddette forbici genetiche che consentono, tra le altre cose, di praticare terapie mediche un tempo ritenute impossibili.

Questo metodo scientifico potrebbe presentare però un tratto preoccupante: esso metterebbe in grado dei malintenzionati di creare potenti armi biologiche (Science del 5/10/2018) e pratiche di manipolazione della vita eticamente inaccettabili.

Alle tecniche descritte possono infatti accedere, visti i costi accessibili, aziende private ed apprendisti stregoni, i cosiddetti biohacker e la questione pone enormi problemi di sicurezza, bio-etica, rischio ambientale e salute pubblica.

Non c’è nulla di complottista in ciò che ho scritto, e si può chiaramente evincere dagli allegati sottostanti. Ho solo chiarito che oggi possiamo competere con la natura nel creare qualcosa di indicibile, le cosiddette chimere (organismi pluricellulari composto da cellule dal patrimonio genetico differente).

Noi però, a differenza della natura non possediamo una visione d’insieme delle consenguenze della mamonissione del DNA e procediamo per tentativi. Il rischio è di rompere il vaso di pandora dell’eugenetica, della guerra biologica e di una prossima pandemia come conseguenza dell'errore umano, o dell'inadeguatezza (o l'assenza) di rigorose procedure di sicurezza.

        

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Da Navalny ad al-Mousa, sono i Blogger a fare la differenza

Written by angelo jasmeno On Sabato, 29 Agosto 2020

almousa

Vorrei spezzare una lancia a favore dei colleghi Blogger. Personalmente distinguo questa categoria da quella dei giornalisti, visto che questi ultimi, in Italia, sono e restano legati al filone della stampa periodica, all’iscrizione all’ordine e all’idea che solo a determinate categorie e condizioni sia concesso di esprimere un’opinione.

Non sono certo un fautore dell’uno vale uno, ma in Italia abbiamo un articolo della Costituzione che garantisce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, assumendosene ovviamente la responsabilità.

Ovunque nel mondo, laddove un regime totalitario determina le regole per accedere alla comunicazione mainstream, non sono i giornalisti ufficiali a lottare per la giustizia e l’uguaglianza, ma i blogger “senza autorizzazione”.

Centinaia, forse migliaia di coraggiosi divulgatori “senza tessera”, vengono uccisi o privati della libertà a tutte le latitudini, spesso in modo truce, per aver espresso sulla rete critiche al regime, ai narcos, agli oligarchi, agli integralisti, ai signori della guerra e agli sfruttatori di varia estrazione e ideologia.

In particolare desidero ricordare i blogger di raqqa-is-being-slaughtered-silently, che durante il regime dell’ISIS, hanno saputo raccontare, uccisi uno/a per uno/a metodicamente, la quotidianità di quel buco nero apertosi nella storia.

In Italia ricordiamo con devozione le figure “emerse” di Peppino Impastato e Giancarlo Siani, ma non erano essi stessi “blogger” ante litteram? In vita, infatti, il “tesserino da giornalista”, non lo avevano mai avuto.

La rete, sebbene sempre meno “democratica”, è uno strumento che mal si concilia con il “pensiero unico” e questo riguarda anche la nostra città e non solo per la sua parte più retriva.

Ho letto su un magazine online locale “progressista” un articolo sprezzante sul fatto che non tutti possono ritenersi giornalisti e per fortuna rispondo io. Forse anche i fighetti del centro che eleborano argomenti buonisti e perbenino, frequentano le parrocchie giuste, le scuole opportune, i circoli ben abbeverati, si saranno accorti che il giornale cartaceo o malamente trasposto in digitale è diventato uno strumento arcaico, che “comunicatore” è la parola del domani e “crossmedialità” è la frontiera semantica da superare per fare informazione oggi.

Loro, gli iniziati, si incamminano sempre su vie canoniche, non si confrontano mai, non sperimentano nulla che possa essere esposto a critiche o che non sia già legittimato dall’esistente. Di destra o di sinistra che siano, essi sono solo conservatori e invece occorre esporsi all’Underground, anche sugli argomenti della comunicazione.

C’è poco da fare, chi desidera cambiare gli orientamenti in questa città necessita di un nuovo racconto e chi ha condiviso le responsabilità, anche morali, di quello presente non ha i titoli per elaborarlo.

Siete così tanti a leggere Albicokka che sarebbe ora cominciaste a compromettervi, condividendo i nostri post e fornendoci le dritte giuste per essere ancora più efficaci.

Il ponte levatoio sta cedendo, fate la vostra scelta signori e signore, rien ne va plus.

Nella foto il reporter Ahmad Mohamed al-Mousa, ucciso nel 2015 a Idlib.

        

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La Resistenza di Adesso

Written by angelo jasmeno On Sabato, 25 Aprile 2020

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Io lo so cosa sia un nazista. Mi è stato spiegato per filo e per segno da mio padre, scampato per uno scherzo del destino alla strage di Lasa (Val Venosta) il 2 maggio del 1945, mentre i miei nonni in lacrime erano già convinti di averlo perduto a 16 anni.

Ci tenne, il mio compianto papà, appena avevo conquistato un barlume di ragione, a spiegarmi che cosa significasse trovarsi di fronte a quelle divise grigio-verdi, dell’assenza di vie di uscita o patteggiamenti possibili. Poi, e questo mi è rimasto impresso più di ogni cosa, mi spiegò a cinque anni che cosa avessi dovuto fare dell’ultimo colpo rimasto in canna, se circondato.

Sembra strano, o forse un po’ crudele raccontarlo ad un bambino, ma ho sempre avuto la sensazione che lui avesse l’urgenza, o temesse, che un giorno o l’altro, in una forma magari diversa, loro sarebbero ritornati.

Si fa un bel parlare di dopoguerra, ma non si può dimenticare che nella nostra bella Europa abbiamo vissuto diverse ostilità, alcune particolarmente sanguinose, dopo la seconda guerra mondiale. Come non ricordare i fatti di Ungheria e la Primavera di Praga, i conflitti Jugoslavi che hanno portato alla morte prematura di più di 130.000 persone, per non parlare dell’Ucraina (guerra del Dombass), del disfacimento cruento dell'impero Sovietico e degli irredentismi diffusi, cito su tutti quello Nordirlandese cagione, a suo tempo, di migliaia di morti che arde ancora sotto la cenere.

Il lato oscuro dell’Umanità si riorganizza sempre, questo forse voleva significare mio padre e occorre essere preparati, perché basta un inciampo della storia e forse uno ne stiamo vivendo proprio ora, a cambiare nel tempo di un amen le carte in tavola nelle vicende del Pianeta.

continuabk

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La Fase boh

Written by angelo jasmeno On Sabato, 18 Aprile 2020

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Come ci racconta l’attore veneto Natalino Balasso siamo nell’era dell’enunciazione. Telegiornali, pubblicità, politici, attori, cantanti e comici toscani hanno iniziato la campagna promozionale: “Riapriamo l’Italia”.

Sono frastornato: il commissario per l’emergenza Coronavirus, Domenico Arcuri, che viene dalla Deloitte e non da un centro sociale afferma: “Senza la salute e la sicurezza la ripresa economica durerebbe come un battito di ciglia. Bisogna continuare a tenere in equilibrio questi due aspetti, alleggerire progressivamente le misure di contenimento, garantendo sicurezza e salute di un numero massimo di cittadini possibile. No a improvvisazioni ed estemporaneità”.

Ma noaltri gavemo Zaia e Mantoan e ad oggi è difficile capire cosa significhi che il lockdown, come dise el presidente: “Non esiste più”. Se è proprio così, possiamo organizzare un Party?

Eppure vi sono dottori sul territorio che, dopo 60 giorni di lotta contro il Corona Virus, il primo tampone l’hanno fatto ieri. Strano, in TV un mese fa si parlava della: “Campagna a Tappeto”…

Siamo nel regno dell’enunciazione ma, lasciatemi dire, se certi giornalisti si ponessero delle domande non potrebbero ripetere a nastro che si potrà lavorare in fabbrica: “Rispettando il distanziamento sociale e con gli adeguati dispositivi”. Hanno la minima idea di come sono fatte le fabbriche italiane?

Nelle grandi aziende dove il sindacato è ancora presente e conta qualcosa si prenderanno dei provvedimenti, ma nelle piccole e medie aziende, nei luoghi dove l’Imprenditore è anche Padrone (c’è una differenza tra essere l’uno o l’altro che si chiama responsabilità sociale) o nelle realtà sommerse del subappalto chi si farà carico degli eventuali controlli?

Ho l’impressione che per riaprire la “Stanza dei Schei” ci sia chi ha già messo in conto un prezzo umano molto alto, specialmente se a pagarlo saranno i poareti, mentre el sior si rifugia nel suo chalet di Zermatt.

Questo è sempre avvenuto e accadrà ancora, ma non può accadere per sempre...

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Sorry, We Missed You

Written by angelo jasmeno On Lunedì, 20 Gennaio 2020

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Se decidete di andare a vedere l’ultimo film di Ken Loach portatevi il Maalox Plus.

Mi hanno colpito alcuni pensionati nostrani alla fine della proiezione, che tra di loro bofonchiavano: “Ma è una cosa possibile? Bah, forse solo in Inghilterra”…

Non si accorgevano di fare il verso ad una scena del film: la moglie del protagonista, pagata a cottimo per la cura degli anziani, alla dodicesima visita domiciliare sente la paziente affermare: “Ma l’orario di otto ore?”…

Senza rivelarvi la trama, posso dirvi che si tratta della storia di un povero cristo che, nel tentativo di sfilarsi di una vita di precarietà come muratore, giardiniere, idraulico partime, prova a “mettesi in proprio” comperando un furgone, lavorando per (loro dicono “con”) quella mega struttura logistica, ma anche politica, che è l’universo dell’acquisto on line.

Firma un contratto carico di “opportunità”, che richiede poi una disponibilità totale e dove i rischi (l’incidente, la malattia, il furto) sono scaricati su di lui, ecco cosa significa “autonomo” e non ci sono sindacati, partiti, istituzioni che lo difendano dal suo senso di inadeguatezza e da una fatica invalidante.

L’Italia è piena di queste situazioni, di imprenditori di se stessi sulla carta, di cui nessun telegiornale parla e mediatori che “distribuiscono lavoro” a pedaggio, in una giungla di subappalti.

E questo andazzo è accompagnato da depressione, orari impossibili, speranze vanificate, famiglie che vanno in pezzi sotto il peso della precarietà e dell’assenza.

Per consolarmi ho letto il Manifesto delle 6000 Sardine, ma di questi argomenti non ho trovato traccia, magari loro nuotano in un mare diverso...

Faccio parte di una generazione che mise in discussione le distorsioni della globalizzazione e fu “interrotta” alla scuola Diaz, il 21 luglio 2001.

I problemi sollevati dal regista inglese sono seri: Il fascismo, nella sua forma realizzata, è passato, mentre il "Moloch" si aggira sereno tra noi.

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Navi Cargo e pacchi regalo

Written by angelo jasmeno On Domenica, 22 Dicembre 2019

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Nelle ultime settimane è stata citata la Nave come alternativa “ecologica” ad altri mezzi di trasporto pesante, ma è difficile immaginare stronzata più puntuale (a meno che non ci si riferisca a velieri e pedalò).

Secondo diverse fonti autorevoli (si consultino gli allegati in calce), un Cargo porta container consuma quanto milioni (sì, avete capito bene) di automobili, basta un centinaio di queste navi per inquinare più di tutto il parco auto mondiale.

Oggi, le navi Cargo continuano a solcare gli oceani sfruttando carburanti (olio pesante, bunker oil) il cui tenore di zolfo può raggiungere addirittura il 3,5%: a parità di distanza percorsa una nave da crociera emette inquinanti atmosferici pari a 5 milioni di automobili.

A Genova, ad esempio, sono state evidenziate concentrazioni molto elevate di particolato ultrafine, superiori addirittura a 40 volte quelle registrate in zone con aria pulita, mentre a Venezia, secondo l’Associazione “Cittadini per l’aria”, le emissioni di zolfo delle grandi navi arriva a 20 volte la quantità dello stesso inquinante prodotta dalle automobili nell’intera area comunale, Marghera e Mestre comprese.

E’ un problema molto serio, ma sul trasporto marittimo si basa una parte rilevante, se non strategica, dell’economia globale. Si produce a costi bassi, si trasporta a costi bassi, si rischia la vita a costi bassi, sia nelle fabbriche, magari situate in regioni remote e senza democrazia, sia sulle navi che affondano con una certa frequenza portandosi dietro i loro marinai.

Dunque quello splendido “crunch” che udiamo quando apriamo il pacco che un povero cristo ci consegna, smistato a tempo di record da un altro povero cristo, confezionato (può succedere) da una persona priva dei diritti più elementari non rappresenta sempre una “festa”, anzi, potrebbe essere l’ultima stazione di una filiera indecente.

Grandi esportatori internazionali, come la Maersk, si stanno ponendo il problema, ma la soluzione, purtroppo, non è ancora dietro l'angolo.

     

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