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dinosauri

Già, la sconfitta era nelle cose, ma non questa ecatombe...

Va detto: non è stata una meteora a provocare la desertificazione dei consensi per il centro-sinistra, ma delle precise scelte politiche, anche sul piano comunicativo.

Analizziamo alcune evidenze che ci aiutino a circoscrivere il problema, dal mio punto di vista:

Trattandosi di un’elezione Presidenziale, la figura del candidato presidente era trainante quanto la lista a lui associata (Il Veneto che Vogliamo) che ne identificava il “sentiment”, le priorità, le aspettative. Se essa avesse ottenuto il triplo dei consensi saremmo qui a parlare di qualche eletto in più, anche a Verona, perchè avrebbe trascinato l'intera coalizione grazie al voto di opinione.

Il Simbolo era strategico per chi non era già un personaggio mainstream.

Esaminiamone i colori: bianco, poi marrone e turchese chiari. Cosa evocavano? A me niente.

Il Veneto sullo sfondo cosa richiamava? il Veneto.

Io temo che il combinato disposto abbia ottenuto un effetto mimetico. Forse frutto di un eccessivo timore, magari inconscio, di spaventare l’elettorato moderato (ma quello aveva già scelto il proprio candidato...).

Il concetto ricavabile dal contesto, il refrain all’orecchio nei discorsi e negli appelli del candidato Presidente era: “nessuna appartenenza”, nessun richiamo al passato. Ne è conseguito il rischio di nessuna tematica identitaria, nessun'eco lontana di tamburi di guerra, ma un tono buonista che oggi le persone, tutte molto incazzate, considerano alla stregua della peronospera.

Lo slogan: "il Veneto che vogliamo" è semanticamente involuto. Se io esordisco: “L’automobile che desidero…” e la finisco lì, tu mi guardi attonito/a e mi chiedi: “Quale? Elettrica, monovolume, spartana, veloce…”. Mancava l’attributo, nello slogan di Lorenzoni, ma spiccava (almeno io avvertivo) un'assenza, ciascuno poteva metterci quello che voleva, anche il nulla.

E infine l’onda lunga comunicativa e vengo al dunque politico, cito: “E’ un’occasione storica per portare una politica centrata non sull’appartenenza ai gruppi politici, ma sulla condivisione di contenuti e di obiettivi che stanno a cuore ai cittadini del Veneto”. Questo è il civismo dei “migliori” (peccato che i veneti abbiano pensato che lo fossero gli altri), che vuole distinguersi dalle culture tradizionali del centrosinistra.

L'Inappartenenza è un tema ricorsivo nei discorsi del candidato padovano, che non disdegnava di affiancargli, talvolta, la sua corta esperienza nella politica attiva, quasi come nota distintiva.

Entrambe le cose mi hanno fatto sobbalzare, per tanti motivi.

L’esperienza municipalista “Barcelona en comù” della sindaca di Ada Colau, richiamata più volte durante la campagna elettorale, già riverberata da noi nella lista Verona in Comune alle elezioni del 2017 (che riuscì ad arrivare seconda nella sua pur striminzita coalizione) ha alcuni padrini tutt’altro che stinti nella città scaligera, altrochè civici, e poi qui le Ramblas non ci sono, al massimo le Regaste.

Nell’era del sovranismo montante e di una visione unilaterale dei rapporti sociali basata sul denaro e sullo sfruttamento indiscriminato del territorio, la risposta non poteva essere una lista civica sul modello “Insieme per...”, ma una presa di posizione altrettanto radicale, ancorchè opposta, che usasse un linguaggio assai diretto, un intercalare alla Andrea Scanzi, per intenderci.

Pur non essendo mai stato comunista, né democristiano ma: "ricco, senza soldi, radicale diverso ed uguale" citando Guccini, richiedo ai candidati un’appartenenza esplicita e un carico di esperienza e talento politici equliibrati, se si desidera guidare una regione da 5 milioni di abitanti.

Detto questo, esimi capi del centrosinistra veneto e veronese, spero che non vi limitiate semplicemente ad attendere che passi a'nuttata.

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