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elezioni comunali

Spesso mi sono sentito ripetere, a fronte di una scelta amministrativa che criticavo, che non “avevo preso i voti”. C’era chi si era assunto delle responsabilità, candidandosi e facendosi eleggere, perciò occorreva: “Lasciarlo lavorare”.

Questa risposta un tantino tronfia prendeva spunto (a essere buoni) dal modello della cosiddetta democrazia rappresentativa che trova nell’esercizio della delega (il “ti voto e poi pensaci tu”) il suo elemento discriminante. Al momento però questo approccio non gode di grande popolarità, molte persone si sentono tagliate fuori da ogni decisione e avvertono la politica, quando va bene, come una zavorra.

Abbiamo letto più volte della cosiddetta democrazia diretta (la piattaforma Rousseau, per capirci) dove il concetto “una testa, un voto” viene preso alla lettera, a prescindere dall’argomento su cui si è chiamati a decidere, mentre si evolvono altre forme di pensiero democratico come quello partecipativo o, per i più raffinati, deliberativo.

Si è rafforzata, anche nel nostro Paese, la richiesta di maggiore autonomia decisionale sui propri spazi vitali da parte delle piccole Comunità (il modello partecipativo), contro i processi di omologazione indotti dalla globalizzazione. Ha trovato nuove sponde culturali la volontà di riappropriarsi del proprio destino prossimo attraverso un pubblico dibattito e una presa di coscienza collettiva.

La partecipazione si realizza innanzitutto su base territoriale: la città è suddivisa in circoscrizioni o quartieri. Nel corso di incontri pubblici (che possono avere forma fisica o virtuale, e tutta una gamma di diversi gradi di inclusività e rappresentatività, dall’assemblea, alla giuria di cittadini estratti a sorte) la popolazione di ciascuna zona è invitata a precisare i suoi bisogni e a stabilire delle priorità in vari campi o settori (governo del territorio, ambiente, educazione, salute…).

A questi Tavoli si aggiunge talvolta una partecipazione complementare organizzata su base tematica attraverso il coinvolgimento di categorie professionali o lavorative (sindacati, imprenditori, studenti..), ciò permette di ottenere una visione più completa della città, attraverso il coinvolgimento dei suoi attori economici.

Difficile? Sì. La classe politica veronese è talmente conservatrice che risponderebbe con un’alzata di spalle a qualunque sollecitazione che non la ponga in una posizione di supremazia o di controllo. Nessuno, nemmeno a sinistra, accetta il rischio dell’improbabile, esplorando oltre gli “eguali da sè”, i figli della stessa matrice ideologica e gli storici bacini di carenaggio delle preferenze "off shore".

Il problema non sta nel merito, tutti (o quasi) sono per la pace nel Mondo, anche Miss Italia, ma nel metodo, nella capacità di includere e ascoltare senza prevaricare.

Quello della partecipazione comunitaria è un tema centrale delle prossime elezioni comunali di Verona.

Se nessuno saprà cogliere in tempo l'importanza di questo argomento, chi invece lo ritiiene strategico, storicamente indeclinabile, troverà il modo e gli strumenti per rappresentarlo in proprio.

Per una volta, amici politici di professione, ci starete ad ascoltare prima di servirci il solito sciapo piatto precotto. Questo, se non altro, per il timore di perdere una manciata di voti.

Perchè voi lo sapete già, a volte è proprio quell'ultima maledetta manciata, porca miseria, a far saltare il banco...

 

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