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albicokka1

Non è solo uno sparuto gruppo di visionari che abitano a San Michele a porsi il problema di una società disgregata, senza legami forti o di prossimità, dove al massimo possiamo venire considerati in quanto consumatori o spettatori, ma anche fior di filosofi, pensatori, politologi e teologi, in particolare uno che viene dall’Argentina e che gode di una certa visibilità.

Cito dall’enciclica Fratelli Tutti: “Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti. È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia”.

Personalmente, affrontare la questione delle Periferie esistenziali, della solitudine quale patologia sociale e della globalizzazione quale perdita di ogni controllo sui beni primari dai quali dipendiamo, a volte mi sembra un'opera vana, da disadattato.

Alex Langer affermava, in seguito alla morte per omicidio-suicidio di due suoi cari amici, che anticiperanno di tre anni la sua: “Forse è troppo arduo essere individualmente dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano…”.

Quando si parla con i politici locali (quelle rare volte), mentre si espone l’idea di Partecipazione Comunitaria quale bisogno primario ed esistenziale (ad esempio sull’affare Tiberghien, dove si chiede il ristoro di un Centro Civico per una cittadinanza oppressa dall’ennesimo Centro Commerciale) la risposta diventa evasiva e vira immediatamente sull’assistenzialismo: cose da Parrocchia o da ONG, insomma.

La Partecipazione, al contrario, è un fatto politico puro, oggetto di una secolare elaborazione umanistica, figlio di una necessità nodale ed ancestrale, quella di avere un posto dove essere accuditi, ascoltati ed accolti, insomma considerati.

Rappresenta l'antitesi al celebre adagio della signora Margaret Thatcher: “…E come sapete, la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. E il governo non può fare niente se non attraverso le persone, e le persone devono guardare per prime a sé stesse”.

Interpretare il desiderio di riconoscimento sociale, forse anche di appartenenza, quale fenomeno superato, una foglia secca caduta dall'albero della storia e teorizzare la "società liquida" quale modello culturale di riferimento, è il peccato originale di una certa sinistra "riformista", o riconvertita per opportunismo dopo la caduta del muro di Berlino.

E' la formula magica, l'abracadabra del "Mercato che si autoregola" che alimenta la fiamma del faro di Alessandria contemporaneo, altroché Berlinguer e Aldo Moro, che "giustifica" certe amnesie “progressiste”, sui centri commerciali, sugli attrattori di traffico, la privatizzazione di ogni cosa, le deroghe urbanistiche, la desertificazione delle strade, lo "sblocca Italia" quale archetipo di governo ed è francamente deludente che, qui a Verona, le uniche, vere, differenze di impostazione sistemica, per una vasta parte dello schieramento politico, si manifestino solo su chi va a letto con chi e come (magari scappando poi dalla grondaia, come quell'eurodeputato ungherese), o sull’apologia di un regime ormai decaduto ottanta anni fa. I violenti appelliamoli per quello che sono: suprematisti portatori di odio. Credo sia fuorviante e un po' pigro leggere la complessità di oggi con le categorie di ieri, per quanto fortemente evocative.

Ci sono pensieri altri che si appoggiano sui rami sempre più radi di questa città.

Dovremo dargli una degna visibilità politica, alle prossime amministrative, perché quello che c’è, non li rappresenta.

Questi pensieri che volano alti, come i Germani Reali, si chiamano: Comunità e Partecipazione.

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