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Il Referendum sul taglio dei Parlamentari è un argomento che riguarda la mia libertà.

Assisto allibito all’edificazione di un altro muro, che pare eretto per impedire la contaminazione del ceto dominante da parte di coloro che non sono ancora classe dirigente. Questo problema nasce dal fatto che ci vorranno molti più elettori per conseguire un seggio e molti più soldi (perchè le campagne elettorali costano) per superare l'ulteriore sbarramento che, "de facto", provocherà la riduzione di Deputati e Senatori (da 945 a 600).

Io sono convinto che a forza di tutelare l’esistente celebrando il tema dell’efficienza, si finisca per ottenere l’effetto paradosso di una maggiore burocrazia e inefficienza. Infatti, se non si favorisce l’insorgere della concorrenza, anche in politica, la stagnazione è assicurata.

Sono persuaso che non sia la semplificazione, ma la singolarità, le anomalie, a generare le innovazioni, in ogni campo. Tali mutazioni, almeno in democrazia, vanno tutelate, non soffocate sul nascere. Questo è il cuore della laicità e del pluralismo.

Il taglio dei Parlamentari nella situazione data concorrerà ad emarginare le minoranze, quelle di oggi e quelle di domani che potrebbero emergere come risorgive vitali nel normale decorso della storia di una democrazia, senza dar loro alcun diritto di accesso, né di tribuna, favorendo nel contempo le grandi città a discapito dei piccoli centri.

L’idea forte che sorregge l’impianto del Parlamento percepito come “ente inutile” è in fondo quella del pensiero unico neoliberista, della “fine della storia” seguito alla caduta del muro di Berlino. Secondo questa concezione aberrante bastano pochi grandi elettori, qualcosa di simile ad un consiglio di amministrazione, capaci di rovesciare sul tavolo notevoli capitali di consenso eterodiretto, a determinare i destini di una nazione: è il "mercato che si autoregola" tradotto in politica.

E se mai fosse una questione di soldi, come volgarmente si accenna, non basterebbe tagliare gli emolumenti anzichè i Parlamentari?

A ben vedere è in corso nel nostro Paese un riflusso conservatore su diversi argomenti strategici, ma forse pochi se ne sono accorti:

Qualcuno ha forse dimenticato i recenti decreti sicurezza, mai riformati, ed in particolare le norme, criticate da diversi costituzionalisti, che sanzionano pesantemente gli “assembramenti”, comprese le proteste operaie spontanee (4000 Euro di multa pro capite)?

Nell’Associazionismo non si è di fatto reso professionale il volontariato con la legge sul Terzo Settore, rendendo la vita difficile (grazie ad una burocrazia esorbitante) alle realtà associative medio-piccole (e più vivaci)?

Per quanto riguarda il Web non ci apprestiamo a recepire la legge Europea sul Copyright, che apporterà, dopo le stringenti normative sulla Privacy, un mutamento epocale nell’utilizzo della Rete, spingendola verso una strisciante privatizzazione?

Vogliamo parlare poi della legge “Sblocca Italia” che bypassa il diritto di comitati e singoli cittadini di sottoporre a osservazioni i nuovi macro-insediamenti cementiferi in nome della “pubblica utilità”?

Il cerchio della libertà, lentamente, si riduce.

Per quanto riguarda la legge elettorale, che non cambierà a breve, non è forse grazie a normative che comprimevano i diritti delle minoranze d’opinione, drenando seggi verso realtà più radicate (ad es. legge Acerbo, 1924) che alcuni dei peggiori regimi della storia conquistarono i cosiddetti "pieni poteri" per via “democratica”?

Ne consegue che al referendum io voterò un NO senza calcoli, un NO per chi ama le differenze, un NO social-democratico e sentimentale, diverso da chi userà il prossimo Election Day solo per regolare i conti all’interno del proprio e degli altrui partiti o per mettere in difficoltà l'attuale Governo.

Agli amici va detto chiaro quando sbagliano, anche se il vento li spinge da tutt'altra parte.

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