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Questa è la sezione Omnibus

Nessun dolore

Written by angelo jasmeno On Domenica, 31 Maggio 2020

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Tra qualche mese in Veneto ci saranno le elezioni.

La sovraesposizione mediatica del Presidente Zaia, al netto di catastrofi che nessuno di noi si augura, lo riporterà sul suo scranno, i sondaggi parlano chiaro.

Quello che si fa fatica a comprendere è se esista qualcos’altro nel panorama politico e su quali argomenti riuscirà perlomeno a manifestarsi.

Io non mi ricordo come si chiamano i candidati alternativi all'ex ministro e questo non recita a favore né della mia attenzione, né della macchina comunicativa dell’opposizione.

So di certo che il Paris Saint-Germain ha acquisito il contratto di Icardi in via definitiva, che l’equipaggio della Crew Dragon è arrivato con successo alla Stazione Spaziale Internazionale e che negli Stati Uniti è in corso una rivolta per questioni razziali.

Quali siano i temi portanti dell’opposizione in Veneto o il fascino della sua narrazione, invece, mi è del tutto ignoto.

Il rischio c’è, alle elezioni regionali, di una ecatombe del centro-sinistra, ma anche delle altre forze governative, con elettori talmente demotivati da non recarsi nemmeno alle urne, tenendo conto di un risultato così scontato.

Mai come ora, invece, ci sarebbe necessità di un pensiero magico, di un’epica visionaria.

C’è un momento, nella vita politica, dove è il caso di cambiare marcia, inerpicandosi su temi arditi e impossibili, disperati, oserei dire. La questione ambientale, per esempio, è un punto debole del presidente, ma occorrerebbe una coerenza e una dedizione, sul piano locale, che pochi possono vantare.

Invece a Verona vedo che le strategie non cambiano mai, non c’è tensione, non c’è emozione, come scrisse il poeta, nessun dolore... Allearsi con una parte della destra per contare qualcosa da un lato, rimanere orgogliosamente sulle proprie posizioni legalitarie, ma senza strategie espansive, dall’altro.

Che facciamo allora, ci scansiamo?

Il morbo infuria e il pan ci manca, ma io credo che i non-leghisti siano in difetto di consapevolezza sulle complessità che ci stanno sfidando.

Il mondo ha decisamente voltato pagina. Nel caso, siamo sicuri di avere indovinato almeno il titolo del libro?

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A te che non sei più mia Sorella

Written by angelo jasmeno On Sabato, 23 Maggio 2020

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Cara sorella, ho saputo che ieri sei andata a rendere omaggio alla casa-museo di Peppino impastato. Bel gesto, complimenti, peccato che di quello che succede nella tua città, che non è Cinisi, tu non voglia accorgerti di nulla.

D’altra parte sei stata sempre la prima della classe, ossequiosa all'autorità. Ricordo il tuo astuccio così lindo e pulito da provocare invidia la mattina, prima di andare a scuola: colori a matita, pennarelli, matita, gomma, temperino, forbici, righello. Tutti gli oggetti al loro posto, tutto in ordine, mentre io faticavo a tenere insieme la mia roba, disordinato com’ero…

Delle cose che scrivo qui so che hai un certo ribrezzo, perché non ho nessuna certificazione del bel mondo che tanto ambisci a conquistare. Non ho la tessera di giornalista, la stessa che fu conferita a Peppino solo 20 anni dopo la sua morte.

Che razza di presunzione paragonarsi? Allora parliamoci chiaro: il Peppino Impastato in carne ed ossa, quello che venne infangato come terrorista, il “comunista”, quello che faceva casino su "Tano Seduto" nello stanzino di Radio Aut, tu a suo tempo non l’avresti nemmeno sfiorato, perché posti e persone come quelli rappresentano la tua antitesi morale.

Hai una profonda ansia di zittire tutto ciò che non si intona ai tuoi colori, perché altrimenti dovresti ammettere che ne esistono degli altri che nel tuo astuccio non ci entrano, nè ci vogliono entrare.

Quello che voglio suggerirti, e per l’ultima volta, è che loro, i criminali, sono qui, nel tuo perimetro di persona per bene. Tu che separi il secco dall’umido e ti dai dell’ambientalista, tu che popoli un IBAN e ti dai della volontaria. Loro ci parlano all’orecchio, continuamente e io percepisco il loro fetore, quel respiro gelido sulla nuca e mi domando: come fai a non accorgertene?

Non hanno il volto di Toto û Curtu, anzi, sono ineffabili e profumati colletti bianchi che hanno studiato nelle scuole migliori, conoscono ogni dettaglio della burocrazia e hanno una montagna di soldi, frutto di immani sofferenze umane, grazie ai quali drogano il mercato, scacciano le aziende buone praticando prezzi impossibili, sfruttano le debolezze di un sistema economico che verrà reso ancora più fragile dalla Pandemia.

Qui al nord non ammazzano, ma cancellano, come la tua gomma immacolata che ancora custodisci da qualche parte. Ti suggerico la lettura di ZERO ZERO ZERO di Roberto Saviano, anche se immagino tu preferisca qualcosa tipo ESSERE MIGLIORI di Vito Mancuso.

Quando verrà il mio momento, spero tardi e per cause naturali, non voglio il tuo nome sul necrologio, perché disconosco la nostra consanguineità.

Se qualcuno volesse conferirmi qualcosa gli suggerisco la maglia di Esteban Cambiasso, straordinario e sottovalutato centrocampista dell’Inter del Triplete, almeno lui, a differenza di te e del tuo mondo perfetto, mi ha dato qualche soddisfazione.

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21 maggio sciopero degli invisibili

Written by angelo jasmeno On Sabato, 16 Maggio 2020

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In questi giorni, non molto lontano da casa mia, è scoppiato un incendio, conseguenza di un probabile cortocircuito.

Ho letto a questo proposito sui social dei commenti degni del “Manifesto della difesa della razza” del 1938, perché in queste case abitano degli stranieri e a loro, anzi alla loro “sciatteria”, veniva attribuita tutta la “colpa”. Pubblico ministero, giudici e giuria. Per fortuna dopo poche ore il post è stato cancellato, con tutti i suoi osceni commenti.

Un breviario di luoghi comuni che si riferivano a case tenute come porcili, di taniche di benzina nei garage, fili scoperti e tutto l’armamentario che ebbi modo di sentire a proposito dei nostri emigrati in Germania negli anni ’50, che avrebbero tenuto: “La Capra nella vasca da bagno”. Come se le case non avessero dei locatari, per i quali la parola "manutenzione" non è stata bandita dal vocabolario.

So bene che nelle nostre città vi sono case fatiscenti, affittate a gruppi di stranieri che si ammassano in pochi metri quadrati.

Il mio primo pensiero però non va al loro vivere sotto il limte dell’accettabile per i nostri standard di igiene e convivenza, ma a chi profitta sulla loro necessità con una pigione esorbitante, a chi li sfrutta nei campi o nei cantieri, ai loro caporali.

Gli stranieri che vivono ai margini della nostra società sono esseri umani nè migliori nè peggiori degli altri, ma meritevoli degli stessi diritti e doveri, non so se alcuni speculano sulla bontà di coloro che li aiutano nella quotidianità, so però che è nel mio interesse fare in modo che nessuno possa vivere in quelle condizioni e, se qualcuno ne approfitta, deve essere prontamente perseguito.

So bene che alcuni/e mi diranno che sono belle parole, che i diritti sindacali per chi lavora nelle cooperative per modo di dire o solo a giornata, dove capita, sono i soliti discorsi, da "anima bella" per non dire di peggio. 

Forse queste persone non potrebbero permettersi altro, si può dire che qualcosa è meglio di niente almeno per chi vive nell'ombra, ma se la nostra “ospitalità” di sussistenza è questa, io mi chiedo cosa si intenda oggi con la parola accoglienza.

Mi è capitato di trovarmi in paesi lontani e di cogliere le evidenti incongruenze di certa cooperazione, solerte nell’aiuto nella quotidianità, quanto potente nel co-gestire l’economia di interi territori.

Là non ho colto alcun interesse nel sostenere la presa di coscienza civile, l'autonomia economica di prossimità e politica dei locali, almeno per chi aspirava all'emancipazione, in luoghi dove parole come queste si viene gettati in prigione, “perché questo crea conflitto”, sì con il regime.

Ritengo che il conflitto con gli approfittatori, siano essi trafficanti, proprietari di tuguri, “capo-omeni” o latifondisti non sia solo utile, ma necessario se vogliamo parlare di cooperazione, sostegno e integrazione, appena moderni.

Regolarizzare tutti i braccianti agricoli, senza codici e codicilli che lo rendano impraticabile, è un dovere civile per chi ha un minimo di coscienza.

Lo hanno appena fatto, mi direte, ma siamo sicuri?

Ci siamo chiesti perchè il 21 maggio, le Ombre, sciopereranno?

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Le Corti Venete e l'Elefante Bianco

Written by angelo jasmeno On Sabato, 09 Maggio 2020

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L’8 dicembre 1965 usciva il Singolo del Mamas & Papas: California Dreamin'

Quella generazione aveva un sogno: “Cerco un po’ di blu, dove blu non c’è”…

Leggo sui social che uno dei sogni dei miei concittadini è la riapertura delle Corti Venete. Massimo rispetto per i gusti di ciascuno, però ci terrei a far sapere che se uno preferisce l’apertura dei teatri, delle sale da concerto, oppure andare al mare, non è un disadattato “che vive male”, come ho letto.

Ci sono un’infinità di piccole attività che stanno tirando le cuoia nel silenzio. Secondo alcuni è naturale, non stanno sul mercato, se gli ipermercati propongono prezzi imbattibili un motivo ci sarà, se i giganti delle vendite online vanno così forte…

Come si fa ad acquistare un oggetto a una pippa di tabacco se proviene dall’altra parte del mondo? Perché non chiedersi quali sono le condizioni delle persone che l’hanno assemblato, delle Comunità da cui provengono le materie prime, dei diritti minimi di chi lavora a catena e dei marinai delle Navi Cargo?…

Ci sono tanti artigiani e piccole e medie imprese che vivono sul filo del rasoio delle scadenze, delle fatture che non vengono pagate, delle banche che chiedono di rientrare e poi le tasse, inesorabili e in anticipo.

Per chi le paga, dirà qualcuno. Bene, ma in una situazione del genere chi le ha sempre pagate, se l’attività è chiusa, come le pagherà domani?

Mi ricordo un negoziante di tanto tempo fa, si chiamava Beppuccio e aveva un Emporio. Lui trovava sempre quello che cercavi, nel modo in cui l’avevi pensato. Aveva un negozio di 30 metri quadri, ma se gli chiedevi un Elefante Bianco per il tuo Circo, te lo avrebbe trovato, perché lui pensava alla funzione delle cose, non alla loro apparenza.

Il suo negozio era un luogo meraviglioso ai miei occhi di bambino e anche quando era in bolletta, mio padre ci entrava sempre per comprare un piccolo oggetto e scambiare quattro parole.

Compaesano: nei negozi in franchising di cui senti tanto la mancanza l’Elefante Bianco non lo troverai mai.

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Lo SNORT Working

Written by angelo jasmeno On Venerdì, 01 Maggio 2020

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Quanta acqua è passata sotto i ponti... Da bambino pensavo che il mondo si dividesse in servi e padroni, poi mi avevano spiegato che era tutto più complicato, che c'erano i corpi intermedi e adesso rischio di ritornare al punto di partenza.

La narrazione "mainstream" di questo periodo esalta il lavoro da casa come un grande miglioramento, ma la realtà ha molte facce ed essendo un assertore e praticante dello smartworking da tempi non sospetti, vorrei ragionare con voi sulla differenza tra smart working vero e snort (in inglese sbuffo, disapprovazione) working.

Prima di raccontare in cosa consiste questo approccio al lavoro, che evidentemente si può applicare solo a determinati servizi (le fabbriche non sono state ancora vaporizzate), vorrei spiegare cosa non è: un modo per scaricare sulla persona che lavora costi fissi (corrente, pulizia, strumenti di lavoro), costi sociali (si pensi alla cura dei bambini e degli anziani) e un dispensatore di reperibilità H24.

Per me il lavoro, o la sua definitiva emancipazione, passa per quattro parole chiave: partecipazione, libertàflessibilità, autonomia, invece in questi ultimi trent'anni la pratica ha preso tutt'altra direzione e le parole chiave sono diventate altre.

Visto che adesso vanno di moda le D, tipo distanziamento sociale, ve ne cito altre quattro, e non a caso:..

continuabk

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La Resistenza di Adesso

Written by angelo jasmeno On Sabato, 25 Aprile 2020

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Io lo so cosa sia un nazista. Mi è stato spiegato per filo e per segno da mio padre, scampato per uno scherzo del destino alla strage di Lasa (Val Venosta) il 2 maggio del 1945, mentre i miei nonni in lacrime erano già convinti di averlo perduto a 16 anni.

Ci tenne, il mio compianto papà, appena avevo conquistato un barlume di ragione, a spiegarmi che cosa significasse trovarsi di fronte a quelle divise grigio-verdi, dell’assenza di vie di uscita o patteggiamenti possibili. Poi, e questo mi è rimasto impresso più di ogni cosa, mi spiegò a cinque anni che cosa avessi dovuto fare dell’ultimo colpo rimasto in canna, se circondato.

Sembra strano, o forse un po’ crudele raccontarlo ad un bambino, ma ho sempre avuto la sensazione che lui avesse l’urgenza, o temesse, che un giorno o l’altro, in una forma magari diversa, loro sarebbero ritornati.

Si fa un bel parlare di dopoguerra, ma non si può dimenticare che nella nostra bella Europa abbiamo vissuto diverse ostilità, alcune particolarmente sanguinose, dopo la seconda guerra mondiale. Come non ricordare i fatti di Ungheria e la Primavera di Praga, i conflitti Jugoslavi che hanno portato alla morte prematura di più di 130.000 persone, per non parlare dell’Ucraina (guerra del Dombass), del disfacimento cruento dell'impero Sovietico e degli irredentismi diffusi, cito su tutti quello Nordirlandese cagione, a suo tempo, di migliaia di morti che arde ancora sotto la cenere.

Il lato oscuro dell’Umanità si riorganizza sempre, questo forse voleva significare mio padre e occorre essere preparati, perché basta un inciampo della storia e forse uno ne stiamo vivendo proprio ora, a cambiare nel tempo di un amen le carte in tavola nelle vicende del Pianeta.

continuabk

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La Fase boh

Written by angelo jasmeno On Sabato, 18 Aprile 2020

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Come ci racconta l’attore veneto Natalino Balasso siamo nell’era dell’enunciazione. Telegiornali, pubblicità, politici, attori, cantanti e comici toscani hanno iniziato la campagna promozionale: “Riapriamo l’Italia”.

Sono frastornato: il commissario per l’emergenza Coronavirus, Domenico Arcuri, che viene dalla Deloitte e non da un centro sociale afferma: “Senza la salute e la sicurezza la ripresa economica durerebbe come un battito di ciglia. Bisogna continuare a tenere in equilibrio questi due aspetti, alleggerire progressivamente le misure di contenimento, garantendo sicurezza e salute di un numero massimo di cittadini possibile. No a improvvisazioni ed estemporaneità”.

Ma noaltri gavemo Zaia e Mantoan e ad oggi è difficile capire cosa significhi che il lockdown, come dise el presidente: “Non esiste più”. Se è proprio così, possiamo organizzare un Party?

Eppure vi sono dottori sul territorio che, dopo 60 giorni di lotta contro il Corona Virus, il primo tampone l’hanno fatto ieri. Strano, in TV un mese fa si parlava della: “Campagna a Tappeto”…

Siamo nel regno dell’enunciazione ma, lasciatemi dire, se certi giornalisti si ponessero delle domande non potrebbero ripetere a nastro che si potrà lavorare in fabbrica: “Rispettando il distanziamento sociale e con gli adeguati dispositivi”. Hanno la minima idea di come sono fatte le fabbriche italiane?

Nelle grandi aziende dove il sindacato è ancora presente e conta qualcosa si prenderanno dei provvedimenti, ma nelle piccole e medie aziende, nei luoghi dove l’Imprenditore è anche Padrone (c’è una differenza tra essere l’uno o l’altro che si chiama responsabilità sociale) o nelle realtà sommerse del subappalto chi si farà carico degli eventuali controlli?

Ho l’impressione che per riaprire la “Stanza dei Schei” ci sia chi ha già messo in conto un prezzo umano molto alto, specialmente se a pagarlo saranno i poareti, mentre el sior si rifugia nel suo chalet di Zermatt.

Questo è sempre avvenuto e accadrà ancora, ma non può accadere per sempre...

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Buona Pasqua Raminghi/e

Written by angelo jasmeno On Sabato, 11 Aprile 2020

pasqua2020Che farò, che farò, alle tre del pomeriggio e poi... E' Pasqua! Dedico a tutti i gruppi di Albicokka, sulle diverse piattaforme digitali, una struggente canzone di Ivan Graziani 

Pasqua di rappresentanza

Written by angelo jasmeno On Sabato, 11 Aprile 2020

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E’ un peccato originale, una grave sgrammaticatura istituzionale per chi è amministratore, tipo scrivere un’analfabeta al maschile con l’apostrofo, la richiesta ai massimi organismi nazionali da parte della conferenza dei sindaci veronesi, o della sua presidenza, unita alla Direzione dell’ULSS 9 di: “Permettere in via straordinaria ai sindaci veronesi di partecipare alle celebrazioni liturgiche nella domenica di Pasqua, in rappresentanza dell’intera cittadinanza”. 

Non ci vuole un raffinato costituzionalista per comprendere che nessun sindaco o direttore può aderire ad una funzione religiosa in nome e per conto di chi non si riconosce nella sua religione.

Il passaggio che più mi ha colpito però, è stato quello di un alto funzionario della sanità: “...Per questo trovo significativa la proposta dei nostri sindaci: esserci, anche solo simbolicamente come comunità”.

Comunità? Per cortesia non si usi questa parola a sproposito. Insieme ad altri costituenti Giorgio La Pira, un grandissimo sindaco cattolico (nella foto), ci ha tramandato nell’articolo due della nostra costituzione che noi non facciamo parte di una sola comunità, ma interagiamo con diverse, sia come singolo/a sia nelle formazioni sociali ove si svolge la nostra personalità.

E se di una sola Comunità noi dovessimo far parte, inderogabilmente, volenti o nolenti, è quella dei viventi. Cito al proposito un fraterno amico, Silvano Nicoletto: “Nessuno può dire questa aria è mia”… Sarebbe così anche per l’acqua, la scuola, l’ospedale e la medicina sul territorio, gli spazi di socializzazione, la natura nella sua incondizionata bellezza… Cosa pensano, al proposito, i nostri pii governanti locali?

Veniamo al sodo: quando sulla questione dell'ex lanificio Tiberghien fu posta, e lo è tutt’ora, la sua conversione in equilibrio con gli interessi economici a “Telaio Comunitario” con attenzione agli spazi di socializzazione (aperti, condivisi), ai negozi di quartiere, all’ambiente falcidiato proprio in quella zona dalle PM10, l’ostacolo più invalicabile è stato posto, bipartisan, da politici cattolici.

Steso un velo sul fatto politico, mi soffermo sulla ragione teologica. In riferimento ad un sala della Comunità arcobaleno, dove tutti potessero accedere, non in funzione di una appartenenza, ci siamo sentiti rispondere: “Alla socialità, al teatro, alla sala polifunzionale, pensano già le Parrocchie”.

Cosa trovate di diverso, in questa affermazione, dalla lettera della conferenza dei sindaci? Niente, se non una lettura preconciliare del cattolicesimo.

In questi tempi di distanziamento sociale e non solo da Coronavirus, occorrerà trovare degli spazi di avvicinamento, dove la gente re-incontra la bellezza e non mi interessa se prega un altro dio, non ne prega alcuno, ha una pelle diversa, o si chiama Matteo...

In quanto “respira la stessa aria” lui/lei è parte integrante di quel consesso naturale, incardinato sul bene comune che i sindaci dovrebbero rappresentare, questo sì, nella sua interezza: la Comunità Sociale.

E per quanto riguarda le Chiese cattoliche, mi piacerebbe si riammantassero di quella spiritualità, di quella dimensione metafisica e di raccoglimento che rischiamo, tutti presi dalla "concretezza" dell'oggi, di lasciare in mano agli integralisti, con i loro riti esclusivi.

Se non ammettiamo a noi stessi che esista qualcosa di inafferrabile che balla con la nostra fragilità, aspetti “altri’ che ci sfuggono nel loro linguaggio, ma così presenti, nel bene e nel male e nel tempo, non possiamo dirci cristiani, se decidiamo di affermarlo.

Se l’immagine di Dio è un bel quadro da scrutare dietro una teca anti-proiettile, un’ipotesi, una ballata new age dove la croce delle conseguenze dell’ingiustizia è stata sostituita dalla religione del buonismo, degli IBAN e delle manine giunte sui social, è giunta l’ora di parlarci chiaro.

Quello straordinario uomo e dio per chi ci crede chiamato Yeshua Ben Youssef ci ha chiamato ad una coerenza radicale, che non può prescindere dalla difesa del creato dai suoi saccheggiatori, affrontando le conseguenze dell’inevitabile conflitto di interessi che ne consegue.

Tornando ai sindaci:

Sia dato a Cesare quello che è di Cesare, ma non portiamo in chiesa la moneta della politica, della propaganda, del “Dio è con noi”. E' un doloroso ritorno al passato.

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Rifiuti Speciali

Written by angelo jasmeno On Domenica, 05 Aprile 2020

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Vorrei condividere con voi il soggetto di un prossimo romanzo "Rifiuti Speciali" che potrebbe rappresentare la chiusura della trilogia di Griza, dopo "Anima Grigia" e "Piazza Vescovado".

SOGGETTO:

Nella periferia est della città di Griza appartenente alla opulenta regione di Vegonia, esiste una grande discarica che opera da decenni al riparo di ogni controllo, per il semplice motivo che i rifiuti sono un problema drammatico e nessuno sa dove metterli. Nel contempo si tratta di un affare miliardario e non vi è modo di sapere cosa si nasconda veramente sotto gli enormi teli verdi che ricoprono i cumuli di immondizia.

A dire la verità, un consigliere regionale è riuscito a recuperare alcuni 'X Files' che riporterebbero dati assai preoccupanti sul sito, ma giacciono dimenticati nel cassetto di qualche Procura.

Il management che gestisce l'impianto, costituito da colletti bianchi al di sopra di ogni sospetto e infarcito di relazioni a 360 gradi, sia nella politica che nella burocrazia, sa che la misura è colma e allora avvia un processo di ampliamento che porta la discarica ad oltre due milioni di metri cubi, in un'area fragile, carica di risorgive. Nel contempo però, a pochi metri, viene presentato un progetto parallelo di attività siderurgica per il recupero di materiali metallici pericolosi dai rifiuti e poi, guarda caso, dall'altra parte della strada è in ripristino un antico inceneritore dismesso dove, recuperato ciò che si può recuperare, si preparerà combustibile 'legale' da bruciare nei cementifici. Nel senso: 'Nel mio giardino no, ma nei tuoi pomloni, sì'. 

Jasmeno che ha un fiuto infallibile per le verità nascoste e i guai, anche perchè dotato di adeguate competenze finanziarie, non ci mette tanto a unire i fili dei tre progetti ed a capire che il punto debole sta nei controlli, nel senso che controllati e controllori appartengono alla stessa famiglia, intesa in senso lato.

Non si può partire dall'idea che il Padrone sia disonesto, ma si può certamente presumere che operi per il maggior profitto ed a questo servirebbero la politica e i servizi pubblici: a verificare, riequilibrare, mitigare, redistribuire...

In questa vicenda sono implicati tanti uffici, tante competenze e codicilli che solo il 'De Santis' di turno, consigliere comunale che sta sveglio la notte per leggersi le carte, è in grado di controbattere alla batteria di avvocati e lobbisti che circondano questo costituendo 'Distretto dei Rifiuti'. La sua attività viene però vanificata da alcuni suoi colleghi politici, di maggioranza e opposizione, che non vedono l'ora di esaltare il sito come un 'modello europeo' e di farsi fotografare sul posto, meglio se in compagnia di qualche membro del governo in carica.

Jasmeno si illude di contare sulle associazioni locali per cercare la verità ma, appena mette il naso fuori, accadono eventi molto strani: un camion gli taglia la strada, nella casa dei suoi amici si verificano episodi di 'autocombustione', gli stessi comitati entrano in crisi iniziando a litigare, qualcuno chiude.

Il Climax della storia si verifica quando una delle persone di cui Jasmeno si fidava di più in realtà si mostra per quello che è, un Giuda, simpatico e affabile, ma sempre Giuda, un infiltrato del sistema che trafuga le sue carte e le consegna al 'nemico'.
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Il finale non ve lo dico, devo ancora scriverlo.

Si tratta di fantasia, non preoccupatevi, siamo tutti brave persone, di quelle che non si farebbero mai mettere una bomba ecologica sotto al culo senza emettere un fiato, pronte a marciare, in un garrire di bandiere, per un albero tagliato e la pace nel mondo. Sì, possiamo restarcene tranqulli, da noi le zone grigie non esistono.

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Tra Viale Venezia e il MES

Written by angelo jasmeno On Sabato, 28 Marzo 2020

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In questa situazione drammatica dovremmo stare zitti, ma se si tratta di democrazia, allora è meglio parlare.

Al proposito mi domando cosa sappiamo del MES, il Fondo Salva Stati. Una entità politico-finanziaria sovranazionale al centro del dibattito e sotto controversa riforma.

Già ratificato nel 2012 in Italia, si incasella nel complicato Risiko degli organismi UE, ma quello che colpisce è il suo modello di governance:

  • Lo Stato in difficoltà avanza al Presidente del Consiglio dei governatori del fondo salva-stati richiesta di assistenza.

  • Il MES chiede alla Commissione UE di valutare lo stato di salute del Paese che ha chiesto aiuto e di definire il suo fabbisogno finanziario. In questa fase l’esecutivo comunitario e la BCE (e se necessario il FMI) analizzano se la crisi di quello Stato può contagiare il resto dell’Eurozona.

  • Dopo la valutazione, l’organo plenario del MES decide di agire e aiutare il Paese in difficoltà (il tutto più o meno nell’arco di 7 giorni dalla data di presentazione della richiesta formale di assistenza) con prestiti.

  • Le decisioni del Consiglio vengono prese a maggioranza semplice o qualificata e godono di immunità giudiziaria. I diritti di voto sono proporzionali rispetto alla quota versata da ogni Stato.

Tutto ciò non è gratis perché allo Stato che chiede aiuto sono intimati interventi sui conti pubblici, sulla ristrutturazione del proprio debito, che di solito si abbattono sul welfare.

Una entità terza di nominati può decidere del destino di un Paese sulla base di un meccanismo para-sociale?

Vi chiederete quale sillogismo unisca Viale Venezia a Lussemburgo, sede del MES.

Nei progetti commerciali invasivi che abbiamo cercato non di impedire ma di migliorare nella zona est di Verona, Il “mercato” si è interposto ad ogni osservazione di buon senso e la politica mi è parsa, salvo rari casi, deferente.

Investitori, tecnocrati e facilitatori non li abbiamo votati, eppure l'impressione è che 1000 cittadini contino meno di uno solo di loro.

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Sorprendenti Beghine

Written by marisa sitta On Sabato, 28 Marzo 2020

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Peccato che anche Angelo Jasmeno abbia usato il termine "beghine" nel suo recente scritto sui Corona-Pirlus con il tono spregiativo legittimato dal vocabolario.

Come la quasi totalità delle persone, non poteva sapere che dietro questo nome, BEGHINE, c'è la storia silenziata di un movimento di donne che nel XII e XIII secolo nel cuore dell'Europa hanno aperto una strada nuova e feconda, quella della "santificazione nella libertà".

Le Beghine erano donne religiose che, non volendo essere né spose né monache, hanno scelto di vivere in modo radicale i valori evangelici affrancate dalla tutela maschile. Fuori dal sistema clericale e senza rompere il legame con il mondo.

Hanno dato vita ad un movimento che ha raggiunto grandi numeri (circa duecentomila in Germania la metà del Trecento) strutturato in modi variabili, senza una fondatrice, senza una regola unica; donne libere di gestire i loro beni, di lavorare per mantenersi, abitando nella propria casa o in quartieri a loro riservati vicino a una chiesa.

L'autorità nelle comunità era affidata a una "Maestra" o "Grande dama" eletta per periodi brevi; la rotazione dell'autorità e delle responsabilità era un principio importante.

La loro vita era fatta di preghiera e di lavoro: davano assistenza ai malati e ai bisognosi, facevano scuola a bambini poveri e a ragazze anche di famiglie nobili ; praticavano la musica e le arti.

Leggevano e commentavano i testi sacri in lingua volgare.

Facile immaginare che siano state viste con diffidenza dalle autorità clericali, sospettate di eresia, qualcuna bruciata sul rogo e, col tempo, ricondotte a modalità più consone al sistema di controllo ecclesiastico.

Conveniva al sistema di potere religioso lasciar cadere la memoria di queste scomode donne; connotare il loro nome col discredito e la derisione si è rivelata una strategia utile a cancellarne la memoria.

Per saperne di più c'è un libretto prezioso e di facile lettura intitolato BEGHINE scritto dalla storica Silvana Panciera edito da Il Segno dei Gabrielli.

 

Cara Confindustria

Written by angelo jasmeno On Sabato, 21 Marzo 2020

fabbrica

Io non faccio il virologo, né sparo puttanate pseudo scientifiche, ma leggo i giornali.

Tutti i telegiornali ripetono che i runner (quelli che fanno footing) portano sfiga e il 40% delle persone, incurante di ogni allarme, continua a spostarsi. Il punto è che tanti/e lo fanno non perché amanti dello sport all’aria aperta, ma perché vanno semplicemente a lavorare.

Dal momento che ci piacciono gli inglesismi il Lock Down vuole dire chiudere tutto, a parte i servizi essenziali di approvvigionamento: sanità, sicurezza, credito, energia, trasporti, ma non è quello che sta succedendo. E’ vero che le filiere sono complesse, occorre tenere presente i fornitori, ma sa il Signore cosa succede nelle Aziende, dove per amore o per forza si lavora a strettissimo contatto e non si può fare "on line".

Chi è stato in fabbrica sa che la sicurezza non è il fulcro dell'attività. Come si fa a parlare di dispositivi di autotutela se non li hanno nemmeno i dottori?

La metropolitana di Milano porta almeno 1.400.000 persone al giorno (wikipedia), se abbattiamo del 60% i transiti in periodo di pestilenza superiamo le 560.000 unità.

Qualche giorno prima del grande allarme mi ci sono trovato alle ore 18.00 di un giorno feriale, eravamo come sardine e una dolce signora che è inciampata nel mio Tolley per ringraziarmi mi ha soffiato in faccia.

Non siamo un sistema totalitario e non possiamo trasformarci nel Cile del 73 con i militari per strada, il punto è, come dice il sindaco di Bergamo Giorgio Gori che: “abbiamo sbagliato anche noi, anche io” … “Eravamo preoccupati per il virus, ma anche per le attività economiche delle nostre città” ... “Ma quell’equilibrio non poteva reggere”.

Ora io credo che una zona grigia di questa crisi stia in una fase di minimizzazione che potrebbe costarci cara. Spicca una intervista al Presidente di Confidustria, Vincenzo Boccia, al Corriere della Sera del 27 febbraio, mentre infuriava la bufera.

Voleva subito un piano di “rilancio”, #ripartire. Verso dove?

 news art1

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Giorgetti e il dottor Google

Written by angelo jasmeno On Venerdì, 20 Marzo 2020

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Non faccio polemica antipatriottica, ricordo che appartengo (a vita) al Reggimento di Gioacchino Bellezza, le leggendarie Batterie a Cavallo. Durante la battaglia di Santa Lucia, 6 maggio 1848, egli si spinse fino in vista di Verona, sotto incessante fuoco nemico e attese invano che la città si rivoltasse contro l’invasore. Siamo ancora qui ad attendere.

Giancarlo Giorgetti, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, al recente meeting di Rimini di CL (e dove sennò?) ha pronunciato le seguenti parole: "Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha almeno 50 anni va su internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito". Come a Los Angeles dove al supermercato ti curi (?) da solo.

Lo dica adesso, che per motivi privati mi trovo asserragliato a fare il “reporter di guerra” senza tessera dell’ordine.

Lo dica adesso che non c’è un attimo di tregua nelle telefonate e dove emerge, mentre origlio i continui consulti tra colleghi, che un fattore di mitigazione del danno, importante, è la compostezza e la presenza capillare di professionisti che fanno medicina di gruppo coordinata sul territorio, operano scelte e triage drammatici in stretta connessione con il 118 e le strutture ospedaliere PUBBLICHE.

Lo dica adesso che molti operatori sanitari si sono ammalati e così i loro famigliari per stare al loro posto, senza scappare nelle seconde case o nascondersi al riparo di un certificato. Eccoli i veri patrioti!

L’idea del depauperamento della Sanità PUBBLICA, spinta al parossismo, corrisponde con l’epicentro della crisi, ma sarà uno sfortunato caso. E poi, scusatemi tanto, i fidanzati non si possono tenere per mano lungo la strada ma LA METROPOLITANA DI MILANO E’ ANCORA AFFOLLATA? Quale sorta di spettacolo deve continuare?

Non invitatemi più a sostenere economicamente ospedali religiosi, cliniche private o consimili e basta con “andrà tutto bene”.

Il fatalismo non guarisce, una buona sanità per tutti, anche sì!

 

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I Corona-Pirlus

Written by angelo jasmeno On Sabato, 14 Marzo 2020

In questi giorni di emergenza, tra i tanti aspetti che emergono dal mare ritirato della socialità, c’è la figura del deficiente prossimo.

A partire dai pretoriani di facebook che distribuiscono consigli alla ca**o. Tipo quelli che invitavano ad accalcarsi in piscina “perché c’è il cloro” in piena emergenza, dimenticando che esistevano gli spogliatoi e i bar interni (purtroppo) aperti.

Segue quello che va in gita al supermercato con tutta la famiglia, in gemellaggio, nella stupidità, con chi lo fa entrare con il pullman. Ci sono supermarket che, in seguito a segnalazioni e per senso di responsabilità, hanno operato secondo le regole ed altri che sono stati più laschi sulle distanze, per usare un eufemismo.

Parliamo del ristoratore che tenne aperto oltre le 18.00 facendosi beffe delle normative, assieme a numerosissmi clienti semi-deficienti che, alla vista dei carabinieri, non addusse alcuna motivazione di ignoranza legis, ma: “Qua semo a Verona e mi fasso quel che voi mi!”.

Un accenno al bar sport dei giardini, dove semi-anziani convinti di essere Bruce Willis, celebre il suo film “umbreakable” dedicato ad un supereroe incolume alle disgrazie, discorrono come beghine a mezzo metro di distanza, scatarrando, ma solo in caso di necessità.

Una particolare menzione al tizio che, adducendo il controllo delle analisi, si presenta in ambulatorio con una tosse "fine di mondo”, fottendosene allegramente della possibilità di contagiare dottori, segretaria e decine di persone al seguito.

Poi ci sono gli inconsapevoli, questa mattina (giuro) ho visto una signora di mezza età che camminava con quattro strappi di carta igienica sulla bocca, in vece dell’introvabile mascherina. 

Perciò bene i tricolori, il blu dipinto di blu e lo smartworking (concetto più articolato che lavorare da casa), ma molto meglio se, di fronte al virus dell’imbecillità, interveniamo tutti/e, denunciando, rimproverando e, se necessario, alzando la voce.

Senza rivendicarne alcun merito, potremmo salvare una vita. 

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Il Gran Premio Verona Est

Written by angelo jasmeno On Sabato, 07 Marzo 2020

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La Federazione di F1 ha messo gli occhi sulla nuova configurazione di viale Venezia a Verona. Infatti, terminati i lavori del nuovo Eden Adige Docks, dell’immaginifico centro commerciale-abitativo-terziario dell’ex Tiberghien e del supermercato ex Albi, con il sistema di rotonde che ne conseguirà, si pensa a disputare un Gran Premio.

Una delegazione dell’ONU sta da giorni negoziando una soluzione sulla nota vicenda della Cercola. Proprio lì dovrebbe trovare posto la Tribuna, all’inizio del lungo rettilineo di via Dolomiti, nel frattempo sgombrato della stessa speranza del Filobus. Non si è ancora rinunciato all’idea del canale navigabile “Pupparino”, ma potrebbe essere deviato in via Monte Bianco, utilizzando come appoggio le leggendarie pozzanghere.

Curva a gomito in via Marmolada e via Aldo Fedeli a manetta, curvone in via Tiberghien, dove si imbocca la rotonda e si entra nel centro commerciale, sulla strada interna che la collegherà all’altra rotonda situata su viale Venezia. Chicane su via del Capitel dove alloggerà un’altra rotonda ancora e a capofitto fino a via Quattro Stagioni, inversione a U sul rotondone con albero triste ma compensativo al centro, per poi infilarsi nel sottopasso Adige Docks, stile Montecarlo e via Galilei dove nel frattempo i balconi sporgenti saranno abbattuti e gli abitanti sfollati.

Al ritorno via Pisano, Rossetto, Torre Telecom, via Sgulmero per poi, una volta affrontato il girone dantesco dell’autostrada, ritrovarsi sotto la tribuna della Cercola, assiepata di tifosi.

Fantasia? Salvo le rotonde, certamente, ma c'è chi ha immaginato un ascensore per favorire un passaggio ciclopedonale sopra i fili dell’alta tensione della ferrovia per recarsi nel centro sportivo.

Seriamente, la nuova configurazione di Via Unità d’Italia renderà ancora più insopportabili la qualità dell’aria e gli sforamenti dei livelli di PM10, che secondo OMS si portano via decine di migliaia di persone ogni anno in Italia, ma niente zone rosse, per questo...

news web
EUROPA OMS

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Mondadori a Verona? L'ultimo amico va via...

Written by angelo jasmeno On Sabato, 15 Febbraio 2020

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In questi giorni l’ultimo reparto operativo interno di ciò che fu l’Arnoldo Mondadori Editore a Verona cesserà di esistere, verrà ceduto ad un’importante azienda di servizi.

Si tratta della factory che garantiva i servizi informatici all’intero Gruppo, mentre i funzionali che la supportavano potrebbero avere una nuova collocazione logistica.

Negli anni, molte delle attività che portarono la nota Casa Editrice a sfiorare le 4000 persone a Verona (per non parlare dell’indotto), sono state cedute a terzi, così come i processi di stampa (nei capannoni opera Pozzoni, ad esempio). Quello degli informatici AME non è che l’ultimo tassello.

Le grandi aziende ormai sono galassie di centri di costo attratti da un concentratore di interessi. Oggi è impossibile, sopra un certo livello di fatturato, vedere l’intero ciclo produttivo trattenuto all’interno dello stesso comprensorio territoriale-aziendale.

La globalizzazione e la finanziarizzazione dell’industria, unite ad una digitalizzazione rivoluzionaria, hanno tolto centralità alle abilità delle persone, spingendo verso il basso gli stipendi, verso gli utenti i disagi, verso una minoranza di privilegiati i vantaggi.

Certo non si può fermare il treno con le terga, ma immaginare una economia diversa, un rapporto più equilibrato tra interessi del territorio e industria manifatturiera, sarebbe il compito di una classe dirigente illuminata.

Invece stupisce che questo “cupio dissolvi” della fabbrica più innovativa e interessante della storia di Verona, sia dal punto di vista industriale che socio-politico, presente in città da un secolo, non abbia provocato un solo commento da parte di molti (se non tutti) i portatori di interesse.

Alcuni di noi troveranno il modo di celebrare 100 anni di storia, sia industriale che sindacale, della Mondadori a Verona, ma non è stato il maltempo a lasciarla scivolare via, ma l'insipienza e talvolta i piccoli interessi di un notabilato locale miope e provinciale...

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Zenti: Almirante vs Segre? Sterile polemica!

Written by angelo jasmeno On Lunedì, 03 Febbraio 2020

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Abbiamo ricevuto un comunicato del SAE, Segratariato Attività Ecumeniche, un'Associazione Interconfessionale di Laiche e Laici per l'ecumenismo e il dialogo a partire dal dialogo Ebraico-Cristiano.

Dal momento che pare non abbia ricevuto riscontro nella "grande" stampa cittadina, svolgiamo il compito istititutivo di Albicokka, che è quello di raccogliere le informazioni che altri, per convenienza o distrazione, lasciano cadere.

Giuseppe Zenti ritiene una "sterile polemica", un argomento marginale, il tema di via Almirante a Verona, mentre l'Autonomia dei Veneti è: "Un dovere sacrosanto" (vedi allegato 1)! Non c'è altro da aggiungere...

Nella foto, a nostra memoria, padre Massimiliano Kolbe, a cui l'"argomento" del nazi/fascismo costò la vita.

COMUNITATO

Il gruppo SAE di Verona, nella persona della sua rappresentante, condivide il rammarico espresso da Bruno Carmi della Comunità ebraica di Verona in merito alle parole del vescovo, Monsignor Zenti, che ha definito “sterili polemiche” la vicenda che ha visto l’accostamento del nome di Liliana Segre a quello di Giorgio Almirante. Ritengo infatti che queste non siano affatto “questioni marginali” in quanto non si possono mettere sullo stesso piano razzisti e antirazzisti.

Non si può ignorare il ruolo avuto da Giorgio Almirante durante il periodo fascista, in modo particolare durante la repubblica di Salò, epoca in cui fu resa possibile la deportazione dall’Italia verso i campi di sterminio dei cittadini ebrei.

Come associazione interconfessionale di laici e laiche impegnati nel dialogo ecumenico a partire da quello con l’ebraismo vogliamo esprimere il nostro rammarico per quanto detto e accaduto in questi giorni, con l’augurio che anche le autorità civili di Verona sappiano prendere atto dell’incompatibilità delle loro posizioni e possano agire in pieno rispetto delle vittime dello sterminio fascista, come espresso in parole durante queste giornate in memoria delle vittime della Shoah.

Bertinat Margherita
Responsabile SAE Verona.

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Arriva il Cassonetto Figo

Written by angelo jasmeno On Sabato, 01 Febbraio 2020

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Molti cittadini della zona est di Verona hanno ricevuto l’opuscolo dell’AMIA sulla raccolta porta a porta e i cassonetti “intelligenti”.

Bene, ma le persone ragionevoli si pongono alcune domande.

Parafrasando Bennato: fra gente importante, io che non valgo niente forse non dovrei neanche parlare… ma in questo mese di gennaio abbiamo sforato il livello di polveri sottili almeno per 20 giorni e cuore e polmoni restano i miei.

    • Sapendo che, nella Zona Est sono in atto dei mega progetti tipo Ca’ del Bue Revamping e i futuri impianti di trattamento dei rifiuti ubicati nei pressi di San Martino;

    • Prendendo atto che il tema è Druidico, nel senso che questo dell’immondizia è un mondo sacerdotale, guai a mettere in discussione gli sciamani di turno e sottovalutare i loro incantesimi…;

    • Osservando che i Cittadini intasano i social con le loro preoccupazioni sui cassonetti strabordanti, ed esercitano pressioni per risolvere il problema;

Chiedo:

1) Se gli impianti che vanno a costruirsi nel nuovo “distretto dei rifiuti” di Verona Est servono a recuperare Umido, Carta, Vetro, Lattine e infine Metalli dalla parte secca; il resto (plastica, carta, fibre tessili, ecc.) verranno trasformati, dopo opportuna lavorazione, in CSS cioè materiale che si brucia da qualche parte. Non è che faccio la differenziata per cose che poi riciclerò, semplicemente, respirandole?
2) Dovremo assistere al sorgere di discariche a cielo aperto, da parte dei “refrattari” alla modernità, mai perseguiti, come avviene in diversi luoghi della campagna veronese (ad esempio nei fossi intorno alla Mattarana) o lungo gli Argini. Non è giunta l’ora di punire questi criminali ambientali, piccoli o grandi, con la massima severità?
3) Seguendo quali processi avverrà il RICICLO e in quale realistica percentuale?

Voterò candidati alle elezioni Regionali che forniscano qualche risposta e non mantengano rapporti troppo stretti con il mondo dei “Druidi”, facendosi finanziare la campagna elettorale (anche) da loro.

     

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Sorry, We Missed You

Written by angelo jasmeno On Lunedì, 20 Gennaio 2020

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Se decidete di andare a vedere l’ultimo film di Ken Loach portatevi il Maalox Plus.

Mi hanno colpito alcuni pensionati nostrani alla fine della proiezione, che tra di loro bofonchiavano: “Ma è una cosa possibile? Bah, forse solo in Inghilterra”…

Non si accorgevano di fare il verso ad una scena del film: la moglie del protagonista, pagata a cottimo per la cura degli anziani, alla dodicesima visita domiciliare sente la paziente affermare: “Ma l’orario di otto ore?”…

Senza rivelarvi la trama, posso dirvi che si tratta della storia di un povero cristo che, nel tentativo di sfilarsi di una vita di precarietà come muratore, giardiniere, idraulico partime, prova a “mettesi in proprio” comperando un furgone, lavorando per (loro dicono “con”) quella mega struttura logistica, ma anche politica, che è l’universo dell’acquisto on line.

Firma un contratto carico di “opportunità”, che richiede poi una disponibilità totale e dove i rischi (l’incidente, la malattia, il furto) sono scaricati su di lui, ecco cosa significa “autonomo” e non ci sono sindacati, partiti, istituzioni che lo difendano dal suo senso di inadeguatezza e da una fatica invalidante.

L’Italia è piena di queste situazioni, di imprenditori di se stessi sulla carta, di cui nessun telegiornale parla e mediatori che “distribuiscono lavoro” a pedaggio, in una giungla di subappalti.

E questo andazzo è accompagnato da depressione, orari impossibili, speranze vanificate, famiglie che vanno in pezzi sotto il peso della precarietà e dell’assenza.

Per consolarmi ho letto il Manifesto delle 6000 Sardine, ma di questi argomenti non ho trovato traccia, magari loro nuotano in un mare diverso...

Faccio parte di una generazione che mise in discussione le distorsioni della globalizzazione e fu “interrotta” alla scuola Diaz, il 21 luglio 2001.

I problemi sollevati dal regista inglese sono seri: Il fascismo, nella sua forma realizzata, è passato, mentre il "Moloch" si aggira sereno tra noi.

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San Pieretto, mi e la Maria

Written by angelo jasmeno On Sabato, 18 Gennaio 2020

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Durante le recenti feste Natalizie, ho avuto l’occasione di visitare la chiesa di San Pietro in Colle, a Caldiero.

Si tratta di un sito di cui si trovano tracce nei registri già nel 1130, come bene della Curia.

È una struttura romanica, ad unica navata, con tetto a capanna. All’interno si trovano importanti affreschi e lacerti di dipinti murali di stile bizantineggiante, che vanno dal XIV al XVI secolo, riproducenti il titolare, San Pietro apostolo, ma soprattutto svariate Madonne con Bambino, di varia fattura e originalità, ad esempio una Madonna in trono ed un Bambin Gesù che accarezza il volto della madre.

Secondo alcune fonti si trovava sulla via dei Pellegrini che da Est erano diretti verso Gerusalemme, Roma o Santiago, già in epoca medioevale.

Il punto è che, come molte cose belle che possediamo, rischia di andare in pezzi e le attività di conservazione andrebbero messe in atto con urgenza, perizia e continuità.

E’ un luogo magico, ma gli unici a presidiarne il ricordo sono uno sparuto gruppo di cittadini, ma specialmente cittadine, che a quel luogo hanno associato il concetto di “Alma Mater” alla quale affidare storie secolari di famiglie e Comunità.

Quindi onore a Stella, alla Ornella, la Gabriella, la Maria e le altre, oltre agli amici di San Pieretto, che non desiderano vedersi cancellati, spazio dopo spazio, i propri riferimenti relazionali, affettivi, ambientali e culturali.

Occorrono soldi, progetti ma sopratutto la consapevolezza che, se si viene meno alle proprie radici, si perde una parte di se stessi.

Sarebbe ora che le Istituzioni si prendessero cura di un doveroso, quanto urgente, restauro specialmente della copertura, per evitare che alla cantilena del ”padroni a casa nostra” corrispondesse un’evidente amnesia sul dove si trovi, in particolare nei siti che ne costituiscono le fondamenta religiose.

Necessita un pio “facilitatore” amministrativo che, per una volta, si occupi (a gratis) di un'opera dello Spirito e non del consueto centro commerciale.

    

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Ca' del Bue Revamping

Written by angelo jasmeno On Sabato, 11 Gennaio 2020

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“Ca’ del  bue Revamping”, sembra il titolo di un film di Tarantino. Ne ha parlato l’Arena, tornando a fare esplicito riferimento al tema Inceneritore in un articolo del 22 ottobre (allegato 1), prendendo lo spunto da alcune dichiarazioni ai margini di un convegno universitario del Presidente di AGSM, Daniele Finocchiaro.

Va detto che lo stesso Finocchiaro, il giorno dopo, ha smentito recisamente di riferirsi al "nostro" impianto, affermando di aver parlato: “A titolo personale” (allegato 2).

Ma qualcosa non mi convince. Così ho aperto il dossier “Oceania” (ispirato dal Telegiornale): Nella mia ipotesi si tratterebbe di reperire nelle Sgauje, magari già differenziate, le cose che si possono bruciare e grazie ad esse produrre calore-energia, anche in un luogo diverso. Per quello che si rilascia in atmosfera poi ci sarebbero gli “esperti” che garantiscono, come sempre, a gratis.

L’attuale ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, durante la sua esperienza nel dicastero Conte Uno ha affermato: “Con i Termovalorizzatori si pone fine al significato stesso dell’Economia Circolare, che si basa sulla logica delle quattro R: Riduzione, Riuso, Recupero e Riciclo”, mentre per Finocchiaro, par di capire, la Termovalorizzazione è parte integrante di detta Economia.

Acquisite le questioni filosofiche, ciò che si riesce ad evincere dalla recente presentazione in Regione del nuovo progetto Ca' del Bue di AGSM è la volontà di: “Massimizzarne il recupero (sgauje ndr) sia come riciclabili che come produzione di materiale combustibile in funzione della qualità del materiale in ingresso”. Fonte il Consigliere Michele Bertucco (Allegato 3).

Combustibile? E dove verrà bruciato? Sul posto, ceduto, o verrà approntato in loco un apposito Museo dell’Ecoballa?

La mia impressione è che, anche a proposito questo argomento, abbiamo a che fare con una strategia comunicativa a bassa intensità, a zig zag, ma con un approdo puntuale, che può contare su una rete collaudata di svagati, a 360 gradi.

      

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Il Profugo Ignoto

Written by angelo jasmeno On Domenica, 05 Gennaio 2020

fiaccolata
Ho partecipato alla commemorazione di Kofi Boateng ai giardini di Porta Vescovo antistanti la stazione.

E’ stato un momento di commozione e partecipazione, soprattutto da parte degli instancabili componenti della Ronda della Carità, delle persone che conoscevano questa persona e di coloro che, a vario titolo, si oppongono attivamente all’espulsione degli ultimi dalla vita civile, alla loro marginalizzazione nel girone degli “Inutili”.

Ho condiviso nel dettaglio le parole del rappresentante della Ronda, orientate alla prevenzione di altre morti, firmato la petizione come era previsto dall’invito e ascoltato con interesse le parole di Jean Pierre Pessou, mediatore culturale, sul senso della memoria in Africa.

Per alcuni la vera notizia è stata la proposta, poi attuata, di svellere dalle panchine lì intorno i cosiddetti divisori, simboli di inciviltà e separatezza ma, consentitemi, per me il tema portante è stato un altro: le assenze.

Mentre la polizia in borghese, facendo il proprio mestiere, osservava tutti noi e forse ci catalogava per “appartenenze”, anche io, nel mio piccolo ho fatto il mio censimento.

Ho letto di numeri importanti, quello che ho visto con i miei occhi era altro, per una tragedia che ha interessato i media nazionali, ma ciò che più che mi ha colpito era l’assenza della chiesa veronese, o almeno così mi è parso.

Kofi Boateng era il “profugo ignoto”, non garantiva punti sulla tessera del Paradiso, anzi semmai ne toglieva alla nostra coscienza. Purtroppo, se sei fuori dal perimetro dei “conosciuti”, diventi invisibile, anche se ci sei. Va considerato che, se ci sono centinaia di persone che dormono all’addiaccio, ciò significa che tutti noi, credenti e agnostici, abbiamo un grosso problema.

Come è possibile che nell’era del governo giallo-rosa siano ancora in vigore i cosiddetti decreti sicurezza e che nella “città dell’amore” non avere i documenti possa diventare sinonimo una sentenza definitiva?

Una ripensamento collettivo è necessario.

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La Pace è un tentativo

Written by angelo jasmeno On Sabato, 04 Gennaio 2020

Ho partecipato ad alcune marce della pace, pur non essendo pacifista nel modo in cui molti veronesi declinano questo termine.

Mi ha colpito, durante queste iniziative, la latitanza dell’oggi, quasi un rifiuto di affrontare la complessità contemporanea, come se bandiere colorate e inni di lode rappresentassero un antico rito apotropaico.

Oggi il mondo non è sull’orlo di una guerra, il mondo è in guerra permanente e per le solite cose, ma con armi molto più sofisticate. Il dramma della violenza lo avvolge, le contromisure sono difficili, il rischio della vacuità di certe iniziative, altissimo...

La Pace non è un mestiere che garantisce vitalizi, la Pace è un tentativo doloroso che ogni volta va adeguato ai tempi ed al progresso. La Pace non è immobile, né si può custodire dentro un mobile di casa, in un cassetto impolverato come una banconota destinata a finire fuori corso. E questo riguarda anche il movimento verde diversamente declinato che porta diritto all’eredità di Alex Langer, lui che alla successione di famiglia volle rinunciare...

Il movimento ecologista e pacifista a Verona dovrebbe sì rimettersi in marcia, ma sull'attualità; nel piccolo contestando le politiche inquinanti “centovetrine” della matassa consociativa che domina città e provincia, nel grande sulla comprensione dei fenomeni, che non sempre rispondono "amen" alla litania del “cessate il fuoco”, come sulla questione Curda.

“Certo, un'azione di forza per ristabilire un minimo di legalità internazionale può essere solo un primo passo, pre-condizione di ogni ulteriore soluzione politica”.

Sono parole di Alex Langer, in un articolo del 1995 nel quale chiese, fuor di metafora, un intervento armato della NATO in Bosnia montivandolo con la difesa dei più deboli, a qualunque etnia essi appartenessero.

Io penso che il migliore alleato della Pace sia il dubbio, il porsi domande alle quali abbiamo paura di rispondere, non basta più sventolare buoni propositi su strade fredde in faccia ai volti assenti dei passanti...

  
Langer - Tuzla

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Buon Natale, Raminghi

Written by angelo jasmeno On Domenica, 22 Dicembre 2019

Mi rendo conto che per molti concittadini/e questo blog è un atto di superbia, per loro ciascuno deve posizionarsi là dove il destino, il censo, o i “capi” hanno deciso.

I Raminghi come me, e come una parte rilevante di voi che mi leggete di nascosto, non hanno mai avuto un luogo “assegnato”, anzi siamo aberrazioni che non dovrebbero nemmeno presentarsi.

La città di Verona è attraversata da un narrazione di sé che mi fa, sinceramente, ribrezzo. Nella vulgata è la città dell’amore: opulenta, tranquilla, paciosa. Ma noi Granpassi la scorgiamo da tutt’altra angolazione e non possiamo distogliere lo sguardo, per citare Tolkien, dall’occhio di Sauron e dalla sua dimora nella Terra di Mezzo. Non è poi così difficile distinguere, se ci si affida ad uno sguardo sincero, la torre fiammeggiamente di Barad-dûr.

Lui ci vede e noi lo vediamo, ma molti amici e amiche preferiscono ignorarne l’esistenza ed esserne, a sua volta, ignorati.

Che io sia matto è chiaro come il sole oppure, ribaltando il punto di vista, Lo sono quelli che hanno una risposta per tutto, un cassettino o un mantra dietro al quale nascondere ogni questione irrisolta, coloro che non tollerano contraddizioni, conflitti, o cambiamenti. Citando un poeta greco: i tiranni li odio tanto, tanto quanto ho schifo di loro.

Ritengo pertanto di avere diritto di scrivere quello che penso, anche se non ho il timbro del Ministero della Cultura Popolare, anzi esattamente in virtù di questo.

Solo dalle periferie esistenziali, dalle marginalità della Contea, potranno giungere pensieri innovativi, ma è anche compito di ciascuno/a di noi mettere da parte il Ramingo che siamo finiti/e per diventare e assumerci la responsabilità di ciò che siamo nati per essere.

    linkarancio
granpasso  raminghi

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